Il notaio Giugioli guardò fuori dalla finestra del suo studio: la neve cadeva abbondante, a larghe falde. Sorrise. Anche quella mattina, mentre si godeva il primo caffè della giornata, distrattamente, ancora assonnato, aveva lanciato un’occhiata sul mondo: la neve aveva già depositato uno spesso, soffice tappeto sulla piazza e, tra i fiocchi, aveva visto Ciceri, il sagrestano, spalare svogliatamente la candida coltre dal sagrato.

Bene” aveva commentato

Sì uscito pazzo?” aveva esclamato la signora Elena, sua moglie, i capelli sempre più biondi avvolti nei bigodini “Tu hai sempre esecrato la neve!”

Le sorrise e l’amò ancora di più per quelle assurde espressioni che usava, peggio dei suoi Codici.

Oggi sono contento che nevichi un po’. E poi è quasi Natale. È più bello con la neve.”

Madonna!!” la signora Elena lo guardò, scotendo il capo “Ma tu hai sempre odiato anche il Natale! Ma che c’hai, oggi? Hai la febbre?”

Ma no, stai tranquilla. È solo che ho l’impressione che quest’anno sarà un vero Natale”

Natale è Natale” sentenziò la signora.

Nossignora – obiettò il marito, stranamente infervorato- Natale è solo un’ottima occasione per spendere, spendere e comprare cose inutili per persone che manco ti sono simpatiche!”

Ecco, adesso sei di nuovo tu, il mio Gaetano”. E la signora Elena gli stampò sulle labbra un bacione che sapeva di caffè.

Erano le tre e mezza oramai e stava ancora nevicando. Il notaio si alzò e andò a verificare coi suoi occhi che lo strato di neve sulle strade fosse bello spesso. Sul sagrato il parroco gesticolava e Ciceri combatteva la sua inutile battaglia contro i fiocchi bianchi. Da quando la signora Baroni-Scotti era finita gambe all’aria di fronte all’intera cittadinanza all’uscita dalla Messa di Natale, Don Mioli non transigeva: appena veniva avvistato un fiocco, si doveva iniziare a spalare. Del resto la signora Baroni-Scotti era la più prodiga parrocchiana di Caprastanca e dagli altri Don Mioli non poteva aspettarsi granché.

Il notaio Giugioli accese la radio. Il meteo stava trasmettendo previsioni da tregenda e informava che le località di montagna del centro-Italia erano raggiungibili solo con le catene e che parecchie sarebbero rimaste isolate prima di sera. Il notaio si fregò le mani soddisfatto e chiamò Asdomaro, il giovane di studio. Il proprietario di quello strano nome si presentò subito. Da trentacinque anni che lavorava col notaio non lo aveva mai visto così allegro e sicuramente mai col brutto tempo. Il notaio era una brava persona, ma non era certo vivace, né loquace. Ora Asdomaro lo vedeva saltellare come un giovanotto innamorato tra la sua poltrona, monumentale e un po’ triste, e la finestra.

Vieni, Asdomaro. Vieni a vedere come nevica. Credi che le strade siano ancora aperte?”

Fino a dieci minuti fa lo erano. Ha telefonato il signor Magacci. Dice che sono in ritardo, causa blocchi per il maltempo, ma stava montando le catene e per le quattro spera di essere qui.” Asdomaro non credeva ai suoi occhi. Il notaio Giugioli era noto per la sua riservatezza e mai si era sognato di lasciar trapelare qualunque sentimento provasse nei confronti degli assistiti. Con angoscia Asdomaro si chiedeva, come la signora Elena quella mattina, se il notaio non fosse impazzito. Infatti, mentre riferiva la telefonata, quello si fregava le mani, sogghignava, faceva strani versi col naso, sembrava quasi che trattenesse a stento le risa. Con un ultimo sbuffo, rosso in viso, il notaio proferì queste assurde parole:

Siedi, Asdomaro. Prendiamoci un cognacchino mentre aspettiamo, eh!”

Il povero, vecchio “giovane di studio” si accasciò su una delle poltrone riservate ai clienti e cominciò a bere, senza nemmeno rendersene conto. Mentre aveva visioni apocalittiche del notaio Giugioli in camicia di forza che rideva, sbuffava e ballava sulle punte, e di se stesso, disoccupato a 65 anni in un paese dove, se non avevi qualche pecora, non sapevi cos’altro fare, il notaio chiese, tra singhiozzi di gioia:

E Alfredo Magacci? L’hai avvertito di venire un po’ in ritardo?”

Sì- si costrinse a esalare Asdomaro- l’ho fatto chiamare dal vicino e lui, tanto per riconoscenza, ha sbattuto giù la cornetta senza dire ‘crepa’.”

Eh, eh – sogghignò il notaio- bisogna capirlo: ha avuto tante grane, tante disgrazie.”

Buttò giù di un colpo l’ultimo sorso e si sistemò comodo comodo, soddisfatto soddisfatto sul suo trono.

Asdomaro schizzò su come se fosse stato seduto su una stufa. Non sapeva che fare. Il suo posto e il suo regno erano sempre stati l’anticamera. Niente confidenze tra lui e il notaio, rispetto e stima reciproca e basta; ognuno conosceva il proprio ruolo e la propria posizione. Questo improvviso stravolgimento dello status quo, lo lasciava distrutto: il mondo era andato sottosopra e lui non desiderava altro che ritornasse come prima. Il campanile battè le quattro. Immediatamente dopo, qualcuno suonò.

Asdomaro, contento che qualcosa di noto lo riportasse al felice passato, corse nell’anticamera e, dopo qualche minuto, annunziò:

I signori Magacci per lei, signor notaio”

Ettore Magacci e consorte entrarono nello studio come sospinti dalla bufera che imperversava fuori.

La signora Magacci si levò la pelliccia e l’agitò nervosamente a mezz’aria, buttando neve ovunque, anche sui documenti che erano sulla scrivania del notaio. Il marito, prima di dire ‘buongiorno’ o ‘buonasera’, battè energicamente i piedi sul tappeto persiano e vi si pulì con cura le suole, tirando una quantità di santioni da poter bastare per tutto l’anno. In un altro momento, il notaio avrebbe sbattuto fuori all’istante quei due cafoni, ora invece osservava e notava tutto ciò che i due facevano, godendosi ogni loro malazione con un piacere che ad Asdomaro parve quasi perverso. L’assistente, infatti, contrariamente alle sue sacrosante abitudini, non aveva subito richiuso la porta dietro ai due Magacci, ma, spinto dal desiderio di constatare che lo squillo del campanello aveva ricomposto anche la mente del notaio, aveva indugiato sulla porta per osservarne il comportamento. Accertatosi che ormai il notaio agiva spinto da chissà quali sconquassi cerebrali, si convinse che l’unica era parlarne alla signora Elena. Le sue tristi meditazioni vennero interrotte da una serie di forti colpi alla porta. Aprì e si ritrovò davanti a tre statue di neve. Tutte e tre si agitarono convulsamente e, dopo aver così spazzato via la neve che le ricopriva, entrarono nello studio Alfredo Malacci…, Adalgisa Malacci…,sua moglie,…Francesco Magacci, suo figlio, di anni 11.

Pulitevi bene gli scarponi e non sporcate lo studio!” li istruì aspramente Asdomaro. “Con queste persone bisogna essere decisi. –diceva ai suoi amici della briscola domenicale, tutti dipendenti pubblici e piccoli impiegati in pensione – “Sono abituati a stare con le capre; non sai mai cosa possono fare in una casa per bene.”

Asdomaro era decisamente un classista, anche se si sarebbe offeso a sentirsi definire così. A ben vedere, però, non avrebbe saputo dire che cos’è un classista, ma, come spesso capita alle persone semplici, diffidava delle parole che finiscono in “ista”. Così ripresi, i tre Magacci cominciarono a strofinare i piedi, calzati da pesanti scarponi, sugli stracci che Asdomaro aveva steso a terra per l’occasione (gli altri due Magacci non li avevano nemmeno presi in considerazione, né era stato richiesto loro di farlo). “Perché avete portato anche il bambino?” Asdomaro indicò, severo, il piccolo Francesco, che cercò di farsi ancora più piccolo. “Non è mica la giostra questa! La lettura di un testamento è una cosa seria, da persone adulte”- Poi rivolto a lui – “Non hai un posto dove andare a giocare?”

Rispose il padre al posto suo e lo fece con voce rude, velata di risentimento:

La lettera diceva ‘Alfredo Magacci e famiglia’ e lui è della famiglia.”

La Gisa Magacci aggiunse, come per chiedere scusa: “Si sta così bene qui. Il bambino non parlerà.” E tacque, come per assicurare che neppure lei avrebbe più disturbato. Asdomaro fece loro segno con la testa di entrare e, dopo aver bussato discretamente, li fece passare nello studio. L’ingresso dei Magacci 2 fu accolto male dai Magacci 1.

Che cosa ci fanno qui, questi pezzenti?” esplose il signor Ettore Magacci, alzandosi in piedi come per difendersi da un assalto.

Che puzza di capra!”, fece la sua signora, sprofondando il naso in un fazzolettino imbevuto di profumo costoso.

Alfredo esplose in un formidabile starnuto e, nel fazzolettone a quadri che estrasse dall’ampia tasca della giacca rappezzata, eseguì un sonoro assolo di trombone. “Inqualificabile! Da vergognarsi di aver lo stesso cognome!” Ettore Magacci risedette, convinto ormai che l’Alfredo non lo avrebbe attaccato a colpi di naso. La sua consorte, sdegnosamente, rintuzzò un tentativo della Gisa di allacciare rapporti con un timido “buongiorno..ehm…buonasera”, girandole le spalle. Francesco voleva chiedere a sua madre perché quella gente fosse tanto maleducata e le tirò una manica, ma evitò, visto l’occhiataccia del padre. Seguì i genitori verso il fondo dello studio e, come loro, rimase in piedi, anche se gli dispiaceva, perché c’era un bellissimo e grande sofà in cui gli sarebbe piaciuto sprofondarsi. Il notaio Giugioli, che aveva seguito tutto con un serafico sorriso, li invitò a sedere, ma Alfredo bofonchiò qualcosa che terminò con “….’tare in piedi”. Il notaio sapeva che cosa passava in testa al Magacci delle capre. Quindici giorni dopo, il 22 dicembre, lì, nel suo studio, si sarebbe tenuta l’asta per i terreni del Maghettone, ottimi pascoli, ricchi di bella erba grassa, che l’Alfredo si sognava anche di notte. Sognava che le sue magre capre, venti in tutto, erano diventate duecento e non erano sole, c’era un gregge sterminato di pecore, tutte belle, sane e grasse, sparse a brucare sul Maghettone, sotto il suo sguardo vigile. E la Gisa non era a casa della Baroni-Scotti a spazzare, lavare vetri e pavimenti, ma nel loro piccolo caseificio e faceva caciotte e formaggini, rossa per il calore e la felicità. Il Francesco studiava a Campobasso e sarebbe diventato un Managè, o come si dice adesso. “Allora, notaio, vorrei passare la notte a casa mia, se non le spiace, non nel suo studio!” La vociaccia prepotente di quel ladro dell’Ettore lo riportò di colpo sulla terra, una terra dove i 50.000 euro per comperare il Maghettone non li avrebbe avuti mai, nemmeno falsi. Il notaio iniziò a parlare, ma Alfredo non fece caso alle parole, ma solo al tono, e lo guardò con attenzione. Aveva un tono dolce il notaio Giugioli, come non l’aveva mai sentito, sembrava che accarezzasse ogni parola che diceva. Alfredo capì che si divertiva enormemente, ma nient’altro. Cosa c’era da divertirsi? Leggere a un delinquente che un altro delinquente gli ha lasciato un sacco di soldi non è bello, né lo è dire a un povero disgraziato, senza il becco di un quattrino, che quel mascalzone, senza Dio di suo zio, gli ha lasciato una vecchia slitta tarlata o qualche porcheria del genere. Perché lo sapeva, lui, che sarebbe finita così. La Gisa aveva insistito per andare dal notaio, dicendo che magari, negli ultimi istanti di vita, il vecchio si era pentito di non averli mai aiutati e forse…. Alfredo aveva accettato di andare per farla contenta, che almeno lei avesse qualche giorno di speranza, ma lui sapeva chi era suo zio, sapeva com’era quel vecchio sciacallo e non si aspettava nient’altro che l’ennesima fregatura.